0


Nel mondo dorato del pop italico ci sono state entità che hanno lasciato un segno enorme, ma che della popolarità se ne sbattevano. Artisti che hanno fatto perdere le proprie tracce e hanno tentato di cambiare pelle, fino a lavorare nell’ombra e sognare di volare via.

Uno di questi eroi moderni è Mauro Repetto: sì, il biondino degli 883 che ballava come un pazzo. Perché si sa, gli 883 all’inizio erano un duo: da una parte il cantante e front man, Max Pezzali, dall’altra Repetto, considerato quasi una spalla.

Sul palco non faceva che dimenarsi, e tu non potevi che pensare: ma questo che cazzo sta facendo? Suscitava ilarità, certo, almeno nelle menti più ottuse—chi invece sapeva guardare oltre si rendeva conto che ballare in questo modo così spontaneista, scoordinato e assurdo aveva la stessa valenza di cantare, se non persino qualcosa in più.

Tanto che i balletti per cui altri avrebbero ricevuto pomodori in faccia non crearono nessun problema al trionfo del duo in classifica, e anzi lo amplificarono. Pezzali sul palco non sapeva mai che cosa avrebbe combinato il socio, il quale era un’incognita, il ragazzo di tutti i giorni che non sa come esprimersi, quello che magari non cucca ma ci prova—insomma, uno di noi.

Sul palco Repetto non faceva che dimenarsi, e tu non potevi che pensare: ma questo che cazzo sta facendo?

Ecco, Repetto era la versione italiana di quei giovani che a forza di ballare con lo stereo in casa e sognare di essere rockstar, scoprono la libertà e se la “cuccano” tutta, con tutta la goffaggine possibile e immaginabile. Quelli che a fine anni Ottanta non ce la facevano a fare i fighi della “Milano da bere” ed erano già nel post paninaro, ovvero nella confusione più totale.

Repetto rappresentava questa contraddizione, il cortocircuito ballerino di un transistor saldato male al suo periodo storico. E, soprattutto, si rifaceva in pieno al giullare dei Public Enemy: Flavor Flav.

Di certo Mauro non reppava, ma scriveva tutti i testi e, in virtù della sua innata empatia, riusciva a sintetizzare al meglio il malessere di un’intera generazione. E tra l’altro poi, invece, nella prima emanazione degli 883 reppava eccome.

Quando il duo ancora si chiamava I Pop, Repetto si esibiva come un MC o, meglio, come la sua imitazione alla matriciana. La loro prima uscita pubblica, nella trasmissione dell’amico Jovanotti 1 2 3 casino, rappresenta nella sua ingenuità il momento in cui l’italo disco si ibrida con il rap, creando un miscuglio di roba dozzinale, ma al tempo stesso anche un ponte tra due mondi lontani.

Nella prima emanazione degli 883 Mauro Repetto reppava eccome.

Il duo in quel momento si trasformò proprio grazie al “joker” Repetto, uno che ti crea l’inaspettato colpo di scena del Maestro assoluto. I suoi testi assorbivano e restituivano davvero perfettamente il sentimento della gioventù italiana, per la maggior parte “provinciale” tanto nelle scelte e nei gusti, quanto nel disagio assoluto.

Grazie alle parole di Repetto si è capito che l’Italia non era una potenza economica, bensì una scureggia nel buco del culo del pianeta, e i suoi ragazzi tutti confinati nelle regioni più sperdute del loro cervello, in cerca di una fuga. “Ma con un deca non si può andar via”, recitava lui stesso, consapevole del fardello, e dunque usiamo tutto il cash che abbiamo e leviamoci di culo.

Andò in effetti proprio così, tra Repetto e il progetto 883: un bel giorno, dopo i grandissimi successi del duo e all’alba del secondo album, Pezzali e Repetto fanno i loro soliti meeting per parlare del disco successivo. Sembra tutto a posto e Max fissa l’appuntamento seguente, tuttavia Mauro replica: “Max, io parto per l’America, vado a Miami”… e fu così che non lo vedrà più per anni.

L’uomo se ne va, portandosi via tutti i soldi guadagnati con la band, scappa, fugge, il successo in Italia subito dimenticato. Si gioca tutto per l’amore di una modella, Brandy, della quale si innamora tramite una foto su un giornale, come se sfogliasse Tinder prima del tempo.

Repetto si gioca tutto per l’amore di una modella, della quale si innamora tramite una foto su un giornale.

Il suo sogno è quello di fare un film con lei e intraprendere la carriera da regista, motivo per il quale contatta un suo amico che lavorava a Hollywood e mette i soldi in mano ad un avvocato che possa aiutarlo a finanziare il progetto. L’avvocato ovviamente lo truffa portandosi via 20.000 dollari e il nostro malcapitato si ritrova senza il becco di un quattrino, costretto a tornare in Italia con la coda tra le gambe, pronto però a dare vita a quella strana rinascita di cui tratteremo qui.

Intorno a questa storia gli addetti ai lavori hanno creato molta letteratura, il più delle volte deridendo il nostro protagonista e dimostrando una sensibilità pari a una merda sull’asfalto. Ma, soprattutto da quando è diventato più facile reperire il frutto di questo epos incredibile, molti si sono accorti che c’era ben poco da ridere.

Zucchero Filato Nero è il titolo della pietra miliare, l’anno il 1995. Ed è giusto partire dicendo che Mauro Repetto in realtà non aveva nessuna intenzione di scrivere questo disco, e lo fa soltanto per mettere una pezza sul tracollo finanziario grazie ai consigli dell’amico Claudio Cecchetto che, insieme a Pezzali, aveva cercato in tutti i modi, tramite telefonate, fax e chissà che altro, di convincerlo a non fare questa cazzata micidiale.

Nulla, non ne voleva sapere il Nostro. Come un vero giocatore scommette sul suo futuro, col brivido della puntata, un coraggio invidiabile e una fiducia nella buona sorte quasi sconvolgente.

Mauro Repetto in realtà non aveva nessuna intenzione di scrivere Zucchero Filato Nero, lo fa soltanto su consiglio di Claudio Cecchetto e Max Pezzali.

Ovviamente è tutto sbagliato, il profumo di donna l’ha completamente avvolto in una nebbia accecante e lo porta al tracollo dopo solo sei mesi, quasi un record. A questo punto, però, da loser orgoglioso come la storia del punk insegna—d’altronde gli 883 erano avvezzi ad ascoltare i GBH e i Discharge, come confessò Pezzali—, decide di raccontare a tutti cosa è successo e trasforma l’esperienza in musica.

Una musica che nasce come seduta psichiatrica, l’esorcismo che ti avvolge dalla prima nota o il sogno di una mente spezzata in due. È l’ equivalente del Daniel Johnston che in Italia non abbiamo mai avuto.

Si tratta infatti di testi tra il rozzo e il romantico senza criterio, con il disagio made in 883 accelerato e momenti esistenzialisti che molti hanno definito simili a Syd Barrett. Col cappellaio matto ovviamente il nostro condivide solo l’aver mandato in vacca una carriera, musicalmente sembra più che altro il succitato cantautore americano che si accoppia con le Shaggs, con i Godz e con dei Black Merda in versione hip hop, tanto che volendo esagerare si può dire che Repetto è il padre di tutti i Bello Figo, di Young Signorino e del LoLrap tutto.

Nasce infatti per essere un disco “black” già dal titolo, tanto che tornando in Italia il nostro si porta appresso due compositori neri “che fanno risse tutte le sere”, come ammetterà lo stesso Repetto in una intervista per Vanity Fair, probabilmente per trasferire la sua incazzatura nell’album. Il quale puzza di neuroni bruciati già dalla title track, “My love”, l’apertura all’inferno che per ora sembra solamente un momento di desiderio, quello di trovare l’anima gemella che però chiaramente non ti caga.

Il disco ha testi tra il rozzo e il romantico senza criterio, con il disagio made in 883 accelerato e momenti esistenzialisti.

Il pezzo sembra un rockaccio alla Guns’n’Roses, ma a parte la presenza di Francesca Tourè che diventerà la cantante solista dei Delta V, la cosa più interessante è la voce di Repetto: assolutamente fuori dai ranghi e psicotica, passa dal cantato melodico al rap in maniera scoppiata. Quel “Ti piaccio o no” urlato sguaiatamente profuma di stalker e di ossessione, di “Passione nera”, per scomodare i Nerorgasmo.

Certo qui non si parla di politica e società ma della “cara e vecchia faiga” come diceva Jerry Calà, però attenzione, non è un paragone poi così assurdo. Anche a Repetto dicono metaforicamente tutti in coro “La tua passione nera ti fa pensare da alienato / Sei tu che devi cambiare il tuo discorso che è sbagliato”, proprio come nel pezzo dei Nerorgasmo, e giustamente lui corre verso la morte più sublime, cioè la misteriosa modella di colore Brandy, a cui si deve l’ispirazione per il concept del disco.

Dopo questo testo in bilico tra l’allucinazione erotica da maniaco, “Le tue cosce me le sogno da dio / vorrei palparti” e il romanticismo senza speranza “Ma magari tu c’hai il ragazzo e mi stai cantando sei uno sfigato”, nel suo delirio passa alla title track, una ballad che sembra la versione di “Human Nature” di Michael Jackson passata per un autolavaggio vapor. Ti immagini un cantato con il vocaloid, invece Mauro arriva a cantare come se stesse facendo i fumenti e dipingendo una situazione di amore carnale sognato.

Repetto immagina con tale forza da svegliare i vicini, riuscendo quasi a rendere reale il tutto, come se il suo agognato amore fosse proprio lì con il “Rimbalzo dei ricci sui tuoi seni”. E sembra quasi un Capitan Beefheart che vuole fare hip hop , soprattutto nel brano “Baciami qui”, in cui diventa chiaro quanto l’aderenza alla realtà del Nostro sia del tutto assente: si immagina di avere una figlia e i suoi comportamenti da padre maturo.

Mauro arriva a cantare come se stesse facendo i fumenti e dipingendo una situazione di amore carnale sognato.

La successiva “Nervoso” apre le danze già dal titolo al secondo girone infernale, con un sax jazzato che fa da prologo al dialogo dei due coautori del disco, gli esperti di risse, che partono subito con una trafila di commenti machisti. E, su una base che ricorda i De La soul ridotti a scheletro funk, il Nostro riscrive “Dio mio no” di Battisti, tra un’ammissione di uso di stupefacenti e autocitazioni che se la prendono con i “pacchi” dati dalle tipe americane.

Ma Repetto è sempre alla ricerca di “Un grande sì”, quello di una lei immaginata che non arriva mai ed è sempre sfuggente. Questa traccia è l’inizio delle migliori canzoni del disco, fatte solo di voce e chitarra acustica, nella grande tradizione del weird folk psicotico.

La musica è del chitarrista Michele Chieppi, e Repetto, che sembra fatto di Risperidone, canta una poesia come questa: “Giorni di ghiaccio e di merda uh / mi sembra di essere una candela nel vento / e vorrei solo chiedere al cielo una donna /che ami me” e “Troverò una ragazza su un fiume / o una puttana in aereo / che ami me.” Diretto e geniale, parental advisory senza freno, che si contorce in una situazione di dolore pressante, senza alcun ritegno per la metrica o per l’emissione vocale.

Entriamo poi in un modo di plastica midizzato con la romantica “Brandi’s smile” che fa cadere le maschere. È un flusso di coscienza allucinato, vero e proprio spoken word degno di un Burroughs cresciuto a chinotto e anfetamine, dove il Nostro ci racconta per filo e per segno la sua incredibile storia.

“Brandi’s smile” è un flusso di coscienza allucinato, vero e proprio spoken word degno di un Burroughs cresciuto a chinotto e anfetamine.

I versi successivi spaccano il cuore “Ora volo giù nella mia nostalgia / Max era l’amico, il successo, l’allegria / ora atterro qui, nella mia follia”. Ma niente, anche se ora ha capito l’andazzo rifarebbe la stessa cosa, scommetterebbe ancora al tavolo da gioco.

“Voglia di cosce e di sigarette” è forse il pezzo che gli 883 non avrebbero mai potuto eguagliare, con una chitarra acustica che sembra uscita dal White albume Repetto che suona come un Lennon in acido a scorazzare per i locali più zozzi della Grande Mela. Una sorta di The Lost weekend di Billy Wilder, in cui tutte le donne vengono guardate attraverso le lenti del magnaccia e lui e il suo amico fanno nottata senza senso.

C’è una solitudine incredibile, con Repetto che canta urlando come se uscisse dai Pavement, dai Dinosaur Jr. o dai Mudhoney, mischiandoli ancora una volta al Battisti di “Dieci ragazze”, di cui sentiamo l’ eco nel ritornello. Torna poi l’hip hop con “Però dai sì”, che mette in luce la voce della Tourè, con base mezza acid house che ricorda i KLF, e si racconta una storia autobiografica che pare ancora una volta mettere in evidenza che con Repetto si va costantemente in bianco.

Anche con “Porno a Las Vegas” la tendenza non cambia e si sfunkettona come il Prince anni Novanta di “Sexy MF”. Repetto e i suoi però non hanno le skills del genietto di Minneapolis, ma solo le illusioni del sogno americano, che luccica come oro e nasconde il rame—nient’altro che un sogno porno, l’eccesso di desiderio già stanco prima di realizzarsi.

Repetto e i suoi hanno solo le illusioni del sogno americano, che luccica come oro ma nasconde il rame.

La traccia successiva, “Nual”, torna su queste tematiche da bulimia sessuale con un folk delirante e lo-fi, sostituito da “Ma mi caghi?”, che inizia con una roba tra il free jazz, sottofondi ambient-noise industrial e l’hip hop a cannone che ricorda un po’ il Miles Davis di Doo-Bop. Il freestyle di Repetto è colmo di frustrazione e due di picche in collezione, flow senza senso, fuori sync che manco nella trap o nelle peggiori allucinazioni di Tyler, the Creator.

È distruzione del senso e squaglio totale, forse il pezzo più assurdo del lotto, una laurea in fallimento. E infine arriva il gran finale, sempre per chitarra e voce: “Fiori o formiche?” è il manifesto di Repetto, un pezzo disarmante per l’equilibro psicotico con echi dell’ Adult/Child di un Brian Wilson con la voce spezzata.

“Stelle, fiori o formiche per voi cosa siamo?”, uno di quei pezzi che mettono le fondamenta all’ itpop italiano a venire, e non a caso Colapesce ne farà addirittura una cover, per quello che forse è il brano più bello, emozionante e universale del disco. Un’universalità che però non viene riconosciuta, nella parentesi di Zucchero filato nero.

Il disco fu un flop terrificante e vendette solo 23 mila copie, un record negativo. Repetto all’inizio se la prende con Cecchetto, reo secondo lui di non averlo spinto abbastanza, cade in depressione e ingrassa di tre taglie come un Adam Ant esploso.

Zucchero filato nero fu un flop terrificante.

Infine, riparte. Non per l’America, ma in direzione della Francia, dove, a parte le leggende che facesse Pippo a Eurodisney—e invece faceva il cowboy—, ora si occupa di design e di teatro, e ha trovato finalmente l’amore della sua vita che gli ha dato due bambini.

Paradossalmente, è proprio in una vita a basso profilo che il nostro ha trovato l’Eldorado. Ci si chiede a questo punto come mai Pezzali non lo abbia ripreso in scuderia, ma la risposta è facile: per lui gli 883 erano davvero una band, e la delusione per la partenza dell’amico fu grande, “Senza di lui non mi divertivo assolutamente più a fare musica. Sentire l’accordo della chitarra nel silenzio mi dava l’ansia”.

Logico quindi che non si potesse ricucire facilmente lo strappo. Tuttavia, non tutti sanno che Repetto ha agito nell’ombra degli 883 per molti altri dischi successivi alla sua partenza—in La donna il sogno & il grande incubo è co-autore di “Tieni il tempo”, che vincerà il Festivalbar e scrive anche “Musica” e la traccia fantasma “Non 6 Bob Dylan”, in cui addirittura canta. Mentre ne La dura legge del gol scrive i due singoli “Se tornerai” e “Finalmente tu”.

Ma, soprattutto, non è che nei dischi degli 883 non facesse nulla, visto che oltre ai testi si occupava anche del sequencing, della chitarra ritmica e dei cori. Repetto è tornato finalmente ad avere rapporti di amicizia più stretti con Pezzali solo nel 2012, apparendo in “Sempre noi” insieme a J-Ax, e scrivendo per lui nuove canzoni come “Il presidente di tutto il mondo” e “Welcome Mr. President”.

Per concludere, citeremmo il parere di Calcutta, che riassume così questo lavoro: “Un disco trasparente e sincero: umano, direi”. E anche amaramente autoironico, aggiungiamo noi, perché fuori dai riflettori siamo solo fiori o formiche. Nient’altro.

Segui Noisey su Instagram, YouTube e Facebook.




Source link

Leave a Reply

SALDI SU TUTTA LA COLLEZIONE DI SCARPE E BORSE - 50%