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L’attenzione riservata all’omicidio di George Floyd e alle proteste in corso in tutti gli Stati Uniti contro brutalità razzista e discriminazione istituzionalizzata—che non sono iniziate ieri, ma hanno una lunga storia e decenni di lotte per contrastarle—è enorme anche in Italia. Nel denunciare questi terribili fatti, però, molti hanno fatto notare come lo stesso interesse non ci sia per ciò che succede in Europa o direttamente in Italia. Quante volte in questi giorni abbiamo letto o sentito dire “Ma da noi non c’è tutto questo razzismo“?

Ecco, non è così. Anche l’Italia ha una sua storia di razzismo, e gli episodi discriminatori o violenti nei confronti della popolazione nera o di ogni altra minoranza sono frequenti. Non si tratta solo di atti plateali come gli spari di questa notte contro un centro migranti in provincia di Brescia o di diritti negati—decreti sicurezza e politiche migratorie, caporalato, cittadinanze rifiutate—ma anche di episodi della vita di tutti i giorni. Di pregiudizi. Di chi di fronte a una denuncia di una persona nera dice “Ma questo non è razzismo” o in questi giorni assicura “Io non vedo il colore.”

Essere più consapevoli, tanto dei propri privilegi quanto del vissuto altrui, è il primo passo da fare per contrastare tutto ciò. Per questo, riportiamo col suo permesso la testimonianza di Aicha, che su Instagram si è rivolta ai suoi contatti con queste parole:

“In questi giorni molte persone hanno pubblicato storie a supporto dell’ultima vittima della brutalità di polizia negli Stati Uniti. Molti hanno esternato il proprio sdegno e incredulità nei confronti di un così sfrontato odio e una mancanza di rispetto della vita umana nera. Questo fa piacere, ma da ragazza nera musulmana italiana di seconda generazione permettetemi di sottolineare una questione.

Condividere questi contenuti permette di creare consapevolezza, ma questa consapevolezza non serve a nulla se non viene associata a una presa di posizione attiva nella vita quotidiana. Oltre a puntare il dito contro gli Stati Uniti e i loro problemi, perché non fare un primo passo e prendere coscienza di cosa succede a casa nostra? Per fortuna non esco di casa con la paura di essere uccisa, ma di sicuro ogni volta che esco di casa non mi dimentico di indossare le mie mura protettive nei confronti di tutte le minchiate che mi aspettano oltre l’uscio.

La discriminazione in Italia non scherza. Quando cammino per strada (l’ultima volta è stato ieri) e mi viene urlato un assalamu aleykum scimmiottato da un gruppo di ragazzini non è ok. Quando mi viene dato della terrorista per strada e poi si mettono a ridere non è ok. Quando mi viene chiesto se sono adottata perché mi esprimo in italiano corretto o perché non sono conforme allo stereotipo di ragazza nera non è ok. Quando a tirocinio la gente non si capacitava di una ragazza nera col velo in divisa da ostetrica, non era ok. In ospedale, ogni volta che venivo vista per la prima volta, venivo fissata mentre camminavo per i corridoi, mi spostavo nella stanza e conversavo con altri—e non è ok. Quando la gente non si fidava di me e mi faceva capire di preferire l’assistenza di una persona meno esotica non era ok. Perché la mia melanina o quello che ho in testa non definisce il mio valore come persona.

Quando la gente non si fa problemi a chiamare altre persone nere “neg*e” davanti a te o a perpetrare ignoranza e xenofobia davanti a te perché non si stanno riferendo a te, non è comunque ok. Quando in aeroporto ti viene chiesto il permesso di soggiorno perché è impossibile tu sia italiana o al bar la gente si approccia a te parlando direttamente in inglese non è ok. Quando vai in giro con tua mamma e la gente non si rivolge a lei ma parla a te perché di sicuro lei non può essere integrata, non può essere in grado di parlare italiano perché o non ci arriva in quanto nera o probabilmente è chiusa in casa perché musulmana, non è ok. Quando a tua sorella col bimbo nel passeggino viene urlato “Vaffanculo neg*a” non è ok. Quando mio fratello cammina e vede che la gente si allontana perché ha paura di lui perché vengono proiettati su di lui dei pregiudizi non è ok. Quando al ragazzino maghrebino o nero viene urlato “Neg*o di merda” dagli adulti sugli spalti a ogni partita, con i genitori impotenti ed umiliati di fianco non è ok. Quando ti viene detto che la zia tornata dall’Africa con la febbre (prima del coronavirus) viene messa in reparto AIDS—anche se lei non ce l’ha, fino a quando decide di autodimettersi per salvaguardare la propria salute—non è ok.

Quando viene offerta un’assistenza sanitaria peggiore al rom o allo straniero non è ok. Quando arriva la signora nera dolorante e il medico si rifiuta di alzarsi dalla brandina per visitarla perché questi profughi si stanno solo approfittando di noi, non è ok. Quando l’infermiera di colore salta la fila al supermercato perché ai sanitari era data la precedenza e la gente si lamenta sostenendo che di sicuro si tratta di una che pulisce i cessi in ospedale (che poi, anche fosse, cosa cambia?) non è ok.

Ho tanti, troppi esempi della mia vita personale o di persone a me vicine. I miei esempi forse non sono fisici ma di aggressioni fisiche, oltre che verbali, ne esistono a bizzeffe e ne sono vittime tutte le minoranza. E ovviamente non è ok. Oltre al trauma che vivo ogni giorno in sfumature diverse, c’è il trauma derivante dai social media: vedo video violenti a discapito di persone nere e mi dico potevo essere io, poteva essere un mio caro. Nonostante ciò li guardo perché sono pronta a continuare a traumatizzarmi al fine di restare consapevole e diffondere coscienza.

Tutto questo per dire che quello che succede negli Stati Uniti non è ok ed è importante che ne parliamo, ma parliamo anche di casa nostra e di come non sarebbe male si creasse una coscienza collettiva pronta a intervenire quando si verificano queste situazioni.

Con questo mando un abbraccio a tutte le persone di qualsiasi carnagione che fanno parte della mia vita, o che non ne fanno parte ma stanno contribuendo affinché si smetta con queste minchiate. Così che invece di essere fredda e con tutte ‘ste mura possa anch’io uscire di casa senza dover essere prevenuta—prevenuta al pensiero che gli altri siano prevenuti nei miei confronti—perché ovviamente anche questo non è ok. Ed è un fardello, a volte troppo pesante.

Una concittadina stanca, traumatizzata, preoccupata ma speranzosa e sorridente.”

Aicha si è laureata in Ostetricia a Padova, e cura un podcast contro l’islamofobia. Seguila su Instagram.

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