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Arrivati a tre quarti della conversazione Killer Mike mi inchioda e definisce come lo “psicopatico di merda” che sono. La notizia arriva in ritardo, di solito se ne accorgono molto prima.

Mentre mi apostrofa in quel modo la faccia è sorniona. Oggi però sul suo viso sovrappongo un’espressione ben diversa: quando Mike si rivolge ai manifestanti di Atlanta, in rivolta per i fatti di Minneapolis e la morte di George Floyd, ha il volto stravolto, gonfio di pianto e sincero dolore—”Sono incazzato nero,” articola con cura.

RTJ4

Clicca sulla copertina di ‘RTJ4’, per ascoltare il disco su Spotify

È un’immagine che faccio fatica ad associare alla nostra chiacchierata, ma del tutto in linea con la sostanza di quest’uomo e della musica che produce insieme al suo socio, El-P. “Non è il momento di bruciare tutto”, afferma deciso davanti alle telecamere dei giornalisti, “bensì quello di ragionare, pianificare, organizzarsi e mobilitarsi,” per esempio con la raccolta fondi per la National Lawyers Guild’s Mass Defense Program a cui i due si sono resi disponibili.

Quando la nostra intervista avviene, Floyd respira ancora e le strade non vanno a fuoco in quel modo. Non ci svegliamo di certo oggi in un mondo intriso di squilibri e razzismo, ma la ferita suppura più che mai con il suo carico di pus e abusi di potere.

Non ci svegliamo di certo oggi in un mondo intriso di squilibri e razzismo, ma la ferita suppura più che mai con il suo carico di pus e abusi di potere.

Michael Santiago Render, cioè Killer Mike, chiama da casa sua ad Atlanta indossando uno snapback rosso e stesa sulla faccia ha una rete a grana grossa, come quella di un canestro ma colorata a strisce verdi, gialle e rosse, dall’alto verso il basso e in quest’ordine. “Molto interessante il tuo nuovo stile,” sghignazza senza ritegno El-P mentre io lo seguo a ruota.

Nel corso dei minuti in cui facciamo gli onori del caso e ci presentiamo tra i sorrisi, però, la strana maschera di Mike ci affonda subito in un discorso più serio del previsto, fatto di dispositivi di sorveglianza e pratiche per evitarli. Strumenti alle volte messi in pratica dagli artisti, con colori e maschere anomali non così dissimili da quello che Mike porta in faccia—”Facial recognition disruption,” insiste Jaime Meline, aka El-P, indicando convinto il primo piano del suo amico.

Run The Jewels

“Ad ogni modo noi stiamo bene,” dice quando la piega si fa troppo tetra, “ma in un contesto nel quale la normalità è ormai quella di non stare bene per niente. Vengo da New York e tutta questa merda del virus è reale”. E poi voi avete Trump, incalzo, “Yes, we do,” ebbene sì: lo abbiamo.

Era del tutto improbabile che due rapper arrivati alla mezza età riuscissero a esondare oltre lo stato di piccolo culto per iniziati per trovare spazio sul The New York Times o il Guardian e nei cuori di tanti appassionati di hip hop—eppure loro ci sono riusciti. Per molti versi, si è trattato di un vero e proprio miracolo, una di quelle contorsioni inspiegabili dell’industria musicale che innalza l’umore e il piacere verso vette di assoluta magnificenza e ti porta ancora una volta a credere a queste poche note, alla forza di questa strana oscillazione sonora che chiamiamo musica.

Il primo disco dei Run The Jewels è del 2013 ed esplode in faccia a chi lo ascolta come una bomba artigianale difettosa.

“Sono contento di vederti, El,” dice Mike, “Sono contento anch’io di vederti, amico mio,” risponde raggiante Jaime dietro i suoi inamovibili occhiali da sole. I due emanano un’aura discreta di famiglia e abitudine, “Mia moglie dice sempre che io vivo in due diversi matrimoni. E ha pienamente ragione,” conferma ridendo felice Mike, “Litighiamo anche, ma sappiamo sempre come va a finire. Cerchiamo semplicemente di non farci del male a vicenda. Persino quando uno dei due si incaponisce, come quando ho fatto rifare a El la sua parte in ‘Pulling the Pin’. Per fortuna che c’erano Josh Homme e Mavis Staples a renderla perfetta.”

Il primo disco dei due a nome Run The Jewels è del 2013 ed esplode in faccia a chi lo ascolta come una bomba artigianale difettosa, con comparsate di Big Boi degli OutKast e Prince Paul. Killer Mike e El-P si incontrano quasi per caso un paio di anni prima, presentati da un amico comune che lavora per Cartoon Network, e di lì a poco El-P si trova a produrre R.A.P. Music di Mike, “Rebellious African People”: l’alchimia è immediata.

A pochi giorni di distanza esce anche Cancer 4 Cure di El-P e Mike ricambia con un feat devastante su “Tougher Colder Killer”: il destino è sancito. Finiscono per fare un tour insieme e l’esperienza li porta a formare i Run The Jewels prendendo a prestito il nome da una combo magnifica estrapolata dalle barre di “Cheesy Rat Blues” di LL Cool J, “The Product” di Ice Cube e tra le rime di RZA nell’ultima traccia di Enter The Wu-Tang (36 Chambers).

Parte di questo celestiale e infernale matrimonio lo si riconosce facilmente in ognuno dei loro dischi, compreso l’ultimo RTJ4, la solita bomba di groove e synth alieni, funk di pietra rovente e rime a cui fatichi a stare dietro, un disco uscito in anticipo due giorni fa, nella spinta irrequieta di chi non ha nessuna voglia di aspettare e vuole vedere i suoi figli musicali crescere. “Non è una bella sensazione né filosofia quella di pensare a proteggere i propri interessi economici, non funziona con noi. Non siamo calcolatori e il denaro non deve essere il fattore principale che ti spinge verso la musica. Per noi è sempre stata questione di comprarsi i propri ascoltatori con le viscere e il cuore, nient’altro,” tiene a sottolineare Jaime, “Non potevamo aspettare oltre. Che vuoi che ti dica, al massimo faremo un nuovo disco.”

“Sei così anestetizzato che guardi mentre i poliziotti soffocano un uomo come me / Finché la voce passa da un urlo a un sussurro, ‘Non respiro’ / Sei seduto in casa sul tuo divano e lo guardi in TV / Il massimo che fai è un lamento su Twitter che rinomini tragedia”

Me lo raccontano quando ancora l’America non è scossa dall’ennesimo brutale omicidio operato da forze del dis-ordine troppo libertine nel loro approccio alla violenza selettiva, che ha un’eco preciso nella traccia “Walking in the Snow”—“Sei così anestetizzato che guardi mentre i poliziotti soffocano un uomo come me / Finché la voce passa da un urlo a un sussurro, ‘Non respiro’ / Sei seduto in casa sul tuo divano e lo guardi in TV / Il massimo che fai è un lamento su Twitter che rinomini tragedia”. Ma la voglia di condividere la musica nei momenti più critici è reale e sentita ed è il fulcro di ogni cosa: “Lo avevamo tra le mani questo disco, ci eravamo praticamente seduti sopra e lo amavamo così tanto. Quindi ci siamo semplicemente detti, ‘sti cazzi, facciamolo uscire. Perché non c’è molto altro che possiamo fare a parte ficcarvi un bel sorriso in faccia con la nostra musica. Ed è bello avere anche solo l’opportunità di pensare di poter far sorridere qualcuno in momenti così difficili.”

El-P si riferisce alle conseguenze della pandemia del Covid-19, non sa ancora cosa succederà da lì a qualche giorno a Minneapolis. Killer Mike precisa il suo pensiero, come amici fraterni o amanti che si completano a vicenda: “Viviamo nella stessa incertezza e preoccupazione di tutti. Siamo riusciti a essere musicisti professionisti, certo, ed avere qualche soddisfazione puramente materiale, ma rimaniamo gli stessi di sempre, cresciuti tra classe media e working class, a New York e Atlanta. Siamo stati poveri molto più a lungo di quanto tempo non ci stiamo godendo il successo. Come prima cosa, quindi, penso ai lavoratori e ai meno fortunati,” afferma estremamente serio, “spero che il mondo possa cominciare a guarire. E di poter portare un po’ di gioia nei cuori di chi ne ha bisogno.”

Run The Jewels

Non è difficile immaginare questa stessa persona in altri e ben diversi momenti, a portare la stessa serietà, empatia e impegno che mette nella musica. È quello che succede in effetti qualche giorno dopo la morte di George Floyd, quando Mike affianca la conferenza stampa del sindaco di Atlanta e invita i suoi alla calma e all’organizzazione, venendo riconosciuto per quello che è: un portavoce, letteralmente, una persona in grado di veicolare il messaggio di una comunità e di una scena, che sia quella del palco hip hop o di Atlanta.

“Credo che il fatto di uscire adesso con il disco possa portare un po’ di sollievo e ristoro ai nostri fan. Penso possa fare del bene. All’inizio non ne ero nemmeno sicuro, ma i nostri ascoltatori ci hanno tempestato di richieste, ci avrebbero ucciso. Era la cosa giusta da fare,” conferma il rapper di Atlanta, mentre io confermo che sarei stato in prima fila insieme agli altri, a chiedere violentemente il mio disco. “Mi piacerebbe davvero diventasse la colonna sonora dei risultati positivi raggiunti tutti insieme durante questa emergenza, tutti insieme in quanto umanità. RTJ4 è pieno di linee e rime spettacolari. E se ci pensi, è proprio quello che ha smosso in te e tua figlia.”

“Credo che il fatto di uscire adesso con il disco possa portare un po’ di sollievo e ristoro ai nostri fan. Penso possa fare del bene.”

Mike si riferisce a quello che ho raccontato loro nelle fasi iniziali dell’intervista, parlando della scintilla che la loro musica ha innescato in Emma, nemmeno due anni ed energia che scorre come lava nell’eruzione più spettacolare al mondo. In una mattinata particolarmente difficile, con la pandemia, il lavoro e le preoccupazioni banali, un groppo d’ansia allo stomaco e in gola, le note di “Ooh la la”, con feat di Greg Nice e Dj Premier, erano riuscite lì dove il resto era fallito: la piccola aveva smesso il pianto e cominciato a ballare, e io avevo seguito a ruota finché non erano rimaste altro che le risate e la musica al massimo volume.

“Sono sicuro i nostri concerti siano stracolmi di bambini,” ride divertito El-P, “Ma, seriamente, abbiamo notato molte volte che i bambini reagiscono meravigliosamente alla nostra musica. Penso che sia questione della gioia e dell’energia che mettiamo nei pezzi e che loro sentono. Persino quando diciamo qualcosa di fuori di testa, o arrabbiato, o parole che i più piccoli nemmeno possono capire. È la bellezza della musica e del suo linguaggio universale. Può trasmettere qualcosa anche senza si capisca ogni sfumatura.” E poi aggiunge: “Se i bambini sorridono, ballano e si divertono con la nostra musica, io lo prendo come un grandissimo complimento. Perché è qualcosa di puro. A me succedeva la stessa identica cosa con ‘Another One Bites the Dust’ dei Queen, per esempio.”

“Se vuoi sapere la verità, mi arrivano 4 o 5 video a settimana con bambini che ballano sui nostri pezzi. Io ho persino una figlia di 13 anni che pensa la nostra musica sia figa. Cosa che mi stupisce e sorprende sempre. I Run The Jewels sono decisamente a favore dei più piccoli,” precisa Mike. La questione non è scontata né un semplice aneddoto per farsi una risata, perché ai concerti dei due è facile notare quanto il pubblico sembri comprendere ogni fascia di età: “Quando è uscito Run The Jewels 2 ho avuto la conferma che stavamo lavorando bene. Capitava spessissimo venissero da noi genitori con le loro belle felpe di Mobb Deep o del Wu-Tang, con figli tra gli 11 e i 15 anni. E finiva sempre che uno dei due ci diceva che era stato l’altro o l’altra a far scoprire le nostre canzoni, senza particolari distinzioni di età. Anche le amiche di mia figlia si ascoltano la nostra roba.”

“Con mio padre è andata uguale,” continua, “mi ha fatto scoprire i Metallica, i Black Sabbath e i Pink Floyd, lasciandomi la sua collezione di dischi e permettendomi di andare a tutti i concerti che volevo, tipo The Fat Boys, a prescindere dalla scuola il giorno dopo.” Per certi versi il mare in cui navigano è in effetti quello di una provincia quasi del tutto inesplorata ed entrambi ne sono ben consapevoli, visto che in pochi sono riusciti ad avere uno slancio tale da far contenti sia i fanatici dell’hip hop che gli ascoltatori più casuali, i ragazzini e i vecchi lupi di mare della vecchia scuola.

“Mi arrivano 4 o 5 video a settimana con bambini che ballano sui nostri pezzi. Io ho persino una figlia di 13 anni che pensa la nostra musica sia figa.”

“È vero, praticamente nessuno si è trovato in questa situazione,” mi conferma il rapper di Atlanta, “alla nostra età, con questa opportunità di crescere e accelerare ancora. Voglio diventare l’AC/DCdel rap, quello che alla fine del concerto si fa gli impacchi di ghiaccio sul ginocchio come i Metallica.” Afferma convinto: “Pensa a una leggenda come gli OutKast, non fanno niente da quasi 15 anni ma per me sono come i Rolling Stones e possono permettersi di fare un tour mondiale quando vogliono. E credo sia proprio dai tempi degli OutKast che nessuno abbia la possibilità di diventare un gruppo rap di quel tipo.” Un’eredità musicale da tramandare ai posteri.

Sbotta divertito Killer Mike: “Ho quattro figli, di certo non posso smettere ora col rap!” Si scherza, ma nemmeno troppo e l’occasione torna comoda per far loro notare quanto diano davvero l’impressione di voler chiudere baracca solo quando saranno morti, I’ll Sleep When You’re Dead, per parafrasare male il secondo disco solista di El-P.

Run The Jewels

Jaime fa una faccia del tipo “Sappi che sto toccando ferro”, ma colgo nel segno. “Abbiamo messo tutto in questo disco e di certo non siamo stati pigri a riguardo. Se ci muoviamo bene avremo davvero l’occasione di continuare con la musica per tutto il resto della nostra vita. È esattamente quello che vogliamo: fare musica fino alla fine dei nostri giorni. Sappiamo di essere qualcosa più che fortunati e non ci faremo sfuggire l’opportunità. Lo dobbiamo anche ai nostri ascoltatori, è il nostro lavoro quello di legarci a loro.”

“Esatto, quindi grazie davvero per quello che hai detto,” sempre diretto e sornione, il buon Mike, “ed è anche un riconoscimento al lavoro e alla costanza di gruppi come Hieroglyphics, EPMD e 8Ball & MJG. Gente in gamba che spacca ancora e non ha mai smesso. Dei veri e propri esempi da seguire.” Resta il fatto che, e lo vediamo anche nella nostra scena tutta italiana, la distanza tra certi nomi old school del rap e il presente declinato nella trap sembra incolmabile.

“Vogliamo fare musica fino alla fine dei nostri giorni. Sappiamo di essere qualcosa più che fortunati e non ci faremo sfuggire l’opportunità. Lo dobbiamo anche ai nostri ascoltatori, è il nostro lavoro quello di legarci a loro.”

Suggerisco che la loro musica potrebbe essere la chiave giusta per funzionare da ponte tra mondi in apparenza ormai lontani, come delle guide per rimettere i kids sui giusti binari, ma mentre ancora non ho fatto in tempo a finire la frase Killer Mike mi interrompe severo. È l’unico momento in cui ho il timore di averlo fatto incazzare e non è una bella sensazione.

“Noi non vogliamo essere la guida e l’antitesi di nessuno,” lapidario, “Io vengo dal luogo in cui la trap ha preso forma, Atlanta. Un mio amico, cioé T.I., l’ha praticamente inventata. Noi ci ascoltiamo senza problemi Baby, Thug, Gunna e Future, ci stoniamo e fumiamo erba con la loro musica. È il bello del rap. Forniamo solo il suono che noi amiamo. Ci ascoltiamo 2 Chainz, perché è un fratello, ci segue e noi seguiamo lui. Ma anche Ice Cube, i Cypress Hill o i Nirvana.” Mi spiega, con più calma, che loro vogliono solo essere una chiave per un altra tessitura sonora, lì, pronta a farsi utilizzare dai loro ascoltatori, ma senza imposizioni.

“Speriamo di poter essere soltanto una bell’aggiunta alla colonna sonora della vita di qualcuno. Ci piace l’idea di fornire un’altra chiave di lettura musicale alla vostra vita. Se ti piacciono i nostri dischi, è tutto davvero qui il segreto.” El-P, la parte più sorridente, chiacchierona e diplomatica dei due, segue a ruota il partner e chiarisce il fraintendimento: “Ho capito cosa intendevi, ma noi siamo semplicemente noi. Davvero. Abbiamo le nostre influenze, sicuro, ma soprattutto ci portiamo dietro un certo tipo di spirito e approccio, prima ancora dei suoni e della musica. Se tu e tua figlia avete provato gioia e divertimento è perché pezzi come ‘Ooh La La’ non richiedono alcuna conoscenza pregressa del rap o della musica, ma solo un sentimento e la voglia di condividerlo.”

E persiste: “Non siamo il tipo di vecchi che odiano la nuova musica, noi siamo quelli che l’adorano. Siamo semplicemente genuini e onesti, con i nostri suoni e i nostri fan. Credo sia questo che ci permette di essere al passo coi tempi ma di non suonare come nient’altro là fuori. Il nostro vero lavoro è quello di essere onesti su chi siamo”. La risata seguente di Michael è l’intercalare sincero e cristallino che ci riporta alla tranquillità più totale, “Grazie El, per aver riconosciuto che abbiamo un nostro suono. Significa davvero molto per me.”

“Non siamo il tipo di vecchi che odiano la nuova musica, noi siamo quelli che l’adorano.”

El-P è di New York e riscuote il primo vero successo negli anni Novanta del secolo scorso. È il frutto di un’eredità mista irlandese, ebraica, lituana e cajun, nonché un grande amore per l’hip hop, ogni suono heavy e l’insubordinazione scolastica—che portano alla formazione dei Company Flow, della Def Jux e di meraviglie come Funcrusher & Funcrusher Plus, The Cold Vein dei Cannibal Ox e il suo primo solista: Fantastic Damage.

Killer Mike viene da Atlanta e gira intorno all’orbita degli OutKast partendo dal collettivo Dungeon Family (che tiene a ringraziare con tutto se stesso), senza riuscire a fare il botto. Dopo anni di gavetta, è solo con l’arrivo di R.A.P. Music che riesce a sfondare davvero, mostrando al mondo la sua miscela esplosiva di attivismo politico e sociale, lingua tagliente ed encefalo che gira come un sottomarino nucleare—ha appoggiato esplicitamente Bernie Sanders nella corsa alla Casa Bianca e prodotto quella serie incredibile ed eccelsa che è Trigger Warning with Killer Mike, su Netflix, “Uno show sulla confusa esistenza della specie umana”, nelle stesse parole di Mike.

Run The Jewels

I due hanno conosciuto gli alti e bassi di un mondo che muove come uno schiacciasassi sulle anime della gente comune, il paradigmatico carro armato in Piazza Tienanmen che viene bloccato dal manifestante monolitico nelle sue decisioni. “L’incontro tra noi fu una specie di resurrezione. Eravamo semplicemente entusiasti all’idea di collaborare e dopo il tour insieme ne siamo usciti carichi a mille. Ai tempi del primo disco non avevamo davvero nessun piano, se non quello di fare musica in quel momento. Solo energia. Stop.”

Già allora però il duo non dimentica le sue origini e i momenti più duri, la sensazione di essere al tappeto, senza un soldo e nessuna prospettiva futura in tasca: tutte cose che hanno conosciuto da vicino. “Da questo è nata la scelta di regalare i nostri dischi anche alle persone che non possono permetterseli. Non abbiamo alcun problema ad uscire con le piattaforme principali, ma vogliamo assolutamente che anche chi non può avere accesso a Spotify e Apple Music, Tidal o Google Play e tutto il resto, possa goderne.”

“L’incontro tra noi fu una specie di resurrezione. Eravamo semplicemente entusiasti all’idea di collaborare.”

“Se poi avrai in futuro momenti migliori e vorrai contribuire venendo ai nostri concerti o comprando il nostro merchandising, ben venga! Per questo facciamo la stessa cosa e ogni volta offriamo i nostri dischi per il download gratuito. Noi non siamo quel tipo di pusher che ti fa assaggiare gratis un po’ della sua merda e poi ti chiede di mettere mano al portafoglio,” mi recitano praticamente in coro. “E non vogliamo nemmeno tu debba scegliere tra il mettere un pasto sulla tua tavola o comprarti il disco. La musica deve farti sentire bene, non essere un problema.”

Proprio il video di “Ooh La La” ci offre la chiave di lettura perfetta per questa musica tesa e riottosa persino quando cazzeggia, sempre sul punto di esplodere in uno scontro di piazza, con i suoi manifestanti che ballano e danno fuoco a tonnellate di denaro. “Noi amiamo i nostri simili e quello che molti interpretano come politica per noi è semplicemente un tipo di commento sociale, una cronaca del quotidiano. La voglia di mettersi contro un certo tipo di oppressione materiale e ideale nei confronti dei corpi e degli spiriti e della cultura di tanti tra noi.”

“Il denaro era una chiave perfetta per mettere in luce la questione.” E sono loro a porre la domanda, mentre io ripenso a “JU$T”, altra bomba con feat di Zack de la Rocha e Pharrell Williams che parla di denaro e giustizia: “Quando i soldi bruciano, tu cosa vedi? Anarchia e caos oppure libertà, l’apertura di una gabbia che ci siamo costruiti da soli o la distruzione di qualcosa di prezioso? Immagina semplicemente cosa succederebbe se sparisse proprio il denaro come concetto, pensa al cambiamento.”

Mentre ci penso davvero, Mike segna il punto ulteriore, quello finale. “Ad ogni modo, mi fa davvero piacere parlarne con uno psicopatico del cazzo che avrebbe voluto vederci morti, pur di poter ascoltare la nostra musica. Grazie. Sul serio.” El-P, intanto, si sbellica dalle risate.

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